DA SINISTRA FALSITÀ SULLO SCALO

Roberta Passardi (AvioTicino) e Marco Romano (Presidente di ASPASI) rispondono sul Corriere del Ticino del 15.2.2020 a Martino Rossi (PS).

Di disinformazione e ricatto parla Martino Rossi, che negli scorsi giorni da queste righe ha messo in luce una volta ancora le sue posizioni indicando come sia finalmente ora di agire in relazione a quello che è l’aeroporto di Lugano Agno. Per lui e i referendisti agire significa realizzare il sogno che cullano da decenni e per cui si sono prodigati per tutta la carriera politica: la chiusura definitiva dell’aeroporto, inviso poiché – a loro dire – a beneficio di una cerchia di persone che non rientra nel loro elettorato (quelli che pagano le imposte), oltre che per apparenti motivi ambientali.

Va detto che al fronte rosso-verde l’occasione che si presenterà alla fine di aprile è ghiotta e soli due anni fa pochi o nessuno avrebbero pensato ad un momento così favorevole ai contrari ad un’infrastruttura che da 80 anni fornisce il suo contributo all’economia cantonale. Già perché solo nel 2017 lo scalo di Agno ha registrato quasi 200.000 passaggi e un indotto – cifre alla mano – di 100 milioni di franchi.

Ed ecco che in questi primi scampoli di campagna, la sinistra ci propone con foga tutta una serie di argomenti in antitesi tra di loro, in parte falsi e sicuramente poco credibili. Tra questi, pensate un po’, vi è quello della paura per la spesa pubblica e i conti dello Stato, i quali soffrirebbero eccessivamente dell’attività dell’aeroporto. Certo, da un punto di vista aziendale il fallimento delle compagnie aree ha pesato molto e a questa situazione va posto rimedio meglio prima che dopo. Gli stessi socialisti però non si preoccupano del fatto che, ad esempio, la Città di Lugano spenda ogni anno più del quadruplo per il Museo d’arte, più del triplo per le piscine comunali o più di 10 volte tanto per il Lugano Arte e Cultura (LAC). Ben intenso, non si vuole mettere in discussione le voci di spesa citate quale paragone, ma è giusto contestualizzare quali «immense somme» l’attività dell’aeroporto abbia drenato nel recente passato.

Sul tavolo c’è un piano di rilancio, approvato dal Consiglio comunale di Lugano e dal Gran Consiglio. Questo rilancio avverrà unicamente se la società rimane operativa anche dopo la fine di aprile. Per questo è necessaria la doppia approvazione dell’elettore luganese e ticinese. Oltre il 30 aprile, ad oggi non è possibile garantire l’operatività di Lugano Airport SA e dei relativi posti di lavoro. Per questo, opportunamente, negli scorsi giorni è stata inoltrata una disdetta cautelativa ai dipendenti che, considerati i termini di preavviso, perderebbero il loro lavoro dopo un No alla votazione. La proposta dei referendisti di ricollocare nello Stato questi dipendenti grida vendetta al cielo e mette in evidenza la malafede degli argomenti utilizzati: qualcuno spieghi infatti come la «statalizzazione» degli impieghi porterebbe all’agognato risparmio per gli enti pubblici.

In conclusione di un dibattito televisivo di poche sere fa, un esponente sindacale del movimento per il socialismo l’ha ammesso: «Noi vogliamo la chiusura dell’aeroporto, noi vogliamo la sua dismissione». Bene, lo si dica così, anche perché da un punto di vista dogmatico e ideologico è una posizione legittima. Il Comitato «Sì all’aeroporto» – sostenuto dalla maggioranza dei partiti e numerose associazioni e sindacati – ritiene che per l’indotto, la piazza finanziaria, il turismo e i numerosi posti di lavoro in tutto il Cantone l’attività meriti il tentativo di rilancio. Il 26 aprile 2020 voteremo sì.